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Intervista a Marco Rambaldi enfant prodige della moda italiana

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A settembre ha sfilato a Milano con un casting inclusivo e rappresentativo di una generazione sempre più consapevole, Marco Rambaldi è da molti considerato l’enfant prodige della moda italiana. Con lui abbiamo parlato di ambiente, di cambiamenti e delle «zdaure» bolognesi..

Quanto c’è della sua città, Bologna, nel brand?
«Molto. Bologna è inclusiva, azzardo a dire la città italiana più aperta a livello di creatività. Qui riesco a disintossicarmi dal mondo moda, ho più probabilità di staccare davvero.

Sono fortunato però a poter vivere in un eterno limbo con Milano. Le due si compensano».

È vero che ha preso ispirazione dalle zdaure bolognesi per le sue prime collezioni?
«Si, mi piace osservarle. A differenza delle sciure Milanesi sono meno sceniche, quasi si confondono tra la la massa, ma anche loro sono spudoratamente borghesi».

Immagino che il contatto visivo con la realtà, con la strada, sia estremamente importante per lei a livello creativo.
«Mi ha sempre stimolato il contatto esterno, la socialità in sé. Osservo e capto, chi lavora nell’arte è quasi sempre una spugna emotiva. In questo momento si può cercare ispirazione nei libri, nei film. Il tutto però deve sempre essere legato ad una forte vibrazione positiva, non si può cercare l’emozione, semplicemente accade».

Le sue collezioni sono sempre accompagnate da un forte messaggio di inclusività. In questo possiamo reputarla un precursore?

«Abbiamo sempre cercato di abbattere gli stereotipi, rimanendo fedeli a noi stessi ma soprattutto reali, tramite casting che siano davvero rappresentativi. Credo che l’ultima sfilata a Milano sia statalo specchio del nostro concetto di bellezza, del messaggio che vorrei far passare».

Quanto è stato difficile emergere in un ambiente così competitivo?
«Da solo non ce l’avrei mai fatta, senza l’aiuto di Leila Palermo, Sara Maino e Andrea Batilla non sarei riuscito ad andare avanti. Ci vuole determinazione ma tanta consapevolezza. Io per esempio mi sono dato un freno da solo. Dopo aver vinto il concorso della Camera Nazionale ho lanciato il mio brand, poi ho capito di non essere ancora pronto. Allora ho messo il progetto da parte, ho fatto esperienza in ufficio stile, e poi ho ripreso le cose in mano quando ho sentito di avere identificato perfettamente: messaggio, strategia di comunicazione e identità. C’è troppa competizione per avere dei dubbi».
I consumatori sono anche più attenti e non perdonano…
«C’è stata sicuramente un’inversione dei ruoli. Negli ultimi anni è il consumatore finale a far arrivare le proprie esigenze alle maison. Un processo parecchio democratico, aggettivo che con la moda, come sa, ha sempre avuto poco a che fare. Oggi sono loro a chiedere diversità ed a voler vedere valorizzati tutti i tipi di bellezza. Detto questo aspetto di capire cosa accadrà in futuro, molte volte queste strategie vengono attuate per convenienza, per fare tendenza, ma poi se non si ha questo tratto realmente nel DNA, rimane solo una pura strategia comunicativa».

Dopo le dichiarazioni di alcuni big come Giorgio Armani, si parla sempre più di diminuire il numero di collezioni e quindi la produzione. Lei cosa ne pensa?
«Prima della pandemia era tutto parecchio frenetico, non c’era più tempo di riflettere sui messaggi e contenuti che si voleva far passare attraverso le collezioni. Io sono fortemente convinto che quello che sta succedendo sia una richiesta disperata da parte del pianeta, ci sta urlando in faccia tutto il suo dolore. La moda è il secondo settore per emissioni di CO2 quindi è inutile nascondersi dietro un dito, ne siamo direttamente responsabili. Ora c’è bisogno di assumersi le proprie colpe, di pagarne le conseguenze, ma in modo positivo. Trarne una lezione ed agire di conseguenza. Fare delle riflessioni sulla produzione, le quantità, gli standard. Per riassumere direi fare meno e fare meglio».

Lei in che modo sta agendo?
«Mi sento di dire che noi abbiamo sempre mantenuto un focus su quello che è l’ambiente e la potenza del messaggio. Essendo un brand piccolo e avendo comunque degli ideali molto forti e presenti non c’è mai stata confusione su quello che vorremmo rappresentare. Oggi le posso dire che stiamo lavorando molto sulla ricerca dei materiali per rendere tutto il processo ancora più sostenibile».

Mi ha incuriosita, mi spieghi meglio.
«Stiamo collaborando con piccole e medie realtà italiane, aziende tessili. Non può immaginare quanti tessuti meravigliosi abbiano in archivio, fermi in magazzino da anni. Cercheremo quindi di dare una nuova vita a questi pezzi, non producendo nulla di nuova ma semplicemente utilizzando il passato per creare il futuro».

Che poi, mi corregga se sbaglio, è un pò il suo cavallo di battaglia.
«Assolutamente, è il mio credo più caro. Ho sempre lavorato con questa logica, partendo da ciò che stato per arrivare a ciò che sarà. Questo sia con il mood che a livello di procedimenti usati. Un esempio è sicuramente l’uncinetto, tecnica che ho imparato dalla mia bisnonna e che ho portato avanti in ogni stagione».

Cosa ci aspetta in futuro, che previsioni si sente di fare?
«Finché la situazione rimarrà questa penso che continueremo sul digitale. Sarà interessante vedere come si comporteranno i vari brand una volta che torneranno le sfilate dal vivo. Il digital ha un potenziale enorme, e può essere determinante nel raggiungere alcuni obiettivi. Credo che nessuno sia ancora riuscito ad utilizzarlo in un modo rivoluzionario, spiazzante».

Un’ultima curiosità: se potesse scegliere una celebrity da vestire, chi sarebbe?
«Se dicessi Kamala Harris, risulterei banale? In realtà adorerei vedere qualcosa di mio addosso a Lilli Gruber. È parecchio complicato perché veste solo Armani. Tentar non nuoce…».

Nella foto un’immagine di una sfilata




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