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I talebani non sono cambiati, ma le donne afghane sì

Postato da il 15 Settembre 2021

Kabul si arrende ai talebani
Kabul si arrende ai talebani
Kabul si arrende ai talebani
Kabul si arrende ai talebani
Kabul si arrende ai talebani
Kabul si arrende ai talebani
Kabul si arrende ai talebani
Kabul si arrende ai talebani
Kabul si arrende ai talebani
Kabul si arrende ai talebani

Subito dopo la conquista di Kabul, i talebani hanno tentato di veicolare una nuova immagine di se stessi: hanno assicurato il rispetto dei diritti delle donne (pur nei limiti della sharia), si sono fatti intervistare da una giornalista donna (che poi, però, è fuggita all’estero, consapevole di essere in pericolo). Con il passare delle settimane, però, è sempre più evidente che il gruppo estremista è rimasto lo stesso degli Anni 90.

Chi, invece, è cambiato davvero sono gli afghani, come dimostra l’opposizione civile delle ultime settimane. E, in particolare, a cambiare sono state le donne, che stanno guidando la resistenza contro i militari. Che cosa è successo?

«Negli ultimi 20 anni, una generazione di afghani è cresciuta in un paese che ha sempre più legami con il resto del mondo», spiega su The Conversation Weeda Mehran, docente presso l’Università di Exeter. «Questa generazione ha condotto uno stile di vita significativamente diverso da quello sperimentato dalle precedenti. Grazie allo sviluppo di mezzi di informazione indipendenti, la consapevolezza politica e sociale tra il grande pubblico, in particolare i giovani, è aumentata in modo significativo. Criticare i politici per le loro azioni era diventato normale. La libertà di associazione ha consentito la formazione di organizzazioni, formali e informali, incentrate su interessi che vanno dalle arti e dalla musica alla religione e alla politica».

E anche il tipo di resistenza – civile e non armata – la dice lunga sulla nuova natura della società. «Gli afgani che hanno sperimentato violenze e spargimenti di sangue per più di quattro decenni capiscono più di chiunque altro che le campagne di resistenza non violenta potrebbero essere un modo efficace per andare avanti».

Le ricerche degli scienziati sociali mostrano che la disobbedienza civile nelle sue varie forme, dalle proteste ai boicottaggi, dagli scioperi alle manifestazioni non violente, possono minare la legittimità e il potere dei regimi. Dal 17 agosto, il giorno in cui i talebani hanno preso il controllo di Kabul, più di 100 mila afghani sono fuggiti in aereo verso Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Germania, Qatar e altri Paesi. Molti attivisti per i diritti umani, ma anche giornalisti, avvocati, medici e ingegneri, hanno cercato rifugio nelle nazioni vicine, come il Pakistan e l’Iran. Nonostante la fuga di questo capitale sociale, la resistenza civile è rimasta forte, soprattutto tra le donne.

Dal 1996 al 2001, quando erano al potere, i talebani cacciarono le donne dalle scuole e dai luoghi di lavoro, impedirono loro di uscire di casa non accompagnate dai maschi della famiglia, imposero un rigido codice di abbigliamento e, per assicurarsi l’obbedienza, ricorsero alla paura e alla violenza.

«Due decenni dopo, tornati al potere, i talebani non si aspettavano una resistenza diffusa guidata dalle donne afghane», ha aggiunto Weeda Mehran. «Che, però, hanno svolto un ruolo cruciale nelle recenti proteste, anche guidandone alcune, a cui si sono poi uniti gli uomini». Ad esempio, quella del 7 settembre davanti all’ambasciata del Pakistan a Kabul, per protestare contro i droni pakistani che bombardavano la valle del Panjshir a sostegno dei talebani. O quella organizzata dalle donne di Herat a sostegno del loro diritto al lavoro.

I talebani hanno cercato di reprimere con la violenza le proteste, sparando in aria, sottraendo macchine fotografiche e attrezzature o picchiando i giornalisti. Ma, intanto, mentre il malcontento cresce, l’economia si sgretola, la disoccupazione aumenta, la valuta si deprezza. «I talebani potrebbero scoprire, prima o poi, che reprimere i media e i manifestanti non è più una soluzione praticabile e potrebbe portare a un contraccolpo».

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