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Adolescenti suicidi, l’esperto: «La pandemia ha messo a dura prova i ragazzi»

Postato da il 15 Settembre 2021

Due adolescenti morti e una gravissima: a Milano, il primo giorno di scuola, ci sono stati tre casi di suicidio (di cui uno tentato). A Bollate, una ragazzina di 15 anni è precipitata dal balcone al settimo piano dell’appartamento in cui viveva con i genitori. Mezz’ora più tardi, in zona Cenisio, una dodicenne all’inizio della seconda media è caduta dalla finestra di casa e sta combattendo per la vita al Niguarda. Nel pomeriggio, in zona Comasina, un altro quindicenne è morto cadendo dal balcone al 12esimo piano del condominio in cui abitava. La Procura dei minori del tribunale di Milano sta ancora cercando di accertare le motivazioni che possano aver spinto i giovani a suicidarsi.

Intanto, però, «molte ricerche su pandemia e post pandemia dimostrano che la popolazione studentesca soffre di un elevato livello di stress», ci spiega Dario Ianes, psicologo dell’educazione, condirettore del Centro Studi Erickson e docente presso l’Università di Bolzano per la pedagogia e la didattica speciale. «Sono aumentati i problemi emozionali, i suicidi, il carico di disagio. E, adesso, con la riapertura, tutta quell’incertezza si è caricata di aspettative. Che possono venire tradite e rappresentare l’ennesimo duro colpo per ragazzi, infragiliti da una condizione difficile».

In quest’ultimo anno e mezzo è aumentata anche la violenza domestica.
«Sì, sono anche aumentate le situazioni di fragilità familiare. Il termometro si è surriscaldato in tanti strati della popolazione, e adesso i ragazzi, limitati dal distanziamento sociale e segnati da tante barriere, devono fare i conti con l’effetto cumulativo di tanti disagi sopportati. L’ultima goccia è quella che fa traboccare il vaso».

Quali sono le età più a rischio?
«Quelle delle transizioni: il periodo tra le Medie e le Superiori è ad altissimo rischio, perché si tratta di una fase di cambio di status, da una scuola relativamente protettiva a un’altra più competitiva, dura, selettiva. Ma in tutte le fasi di cambiamento, anche dalle Primarie alle Secondarie, e per tutte le classi delle Medie, la situazione dei ragazzi è molto delicata».

Quali i fattori di rischio?
«La difficoltà a comunicare. I ragazzi che comunicano i loro disagi non si sentono soli. Chi li ascolta solidarizza, li aiuta a trovare un significato a quello che stanno vivendo, infonde coraggio. Se non c’è un ancoraggio, invece, ci si chiude e si diventa iper vulnerabili, ci si consuma dentro. I contatti aiutano a relativizzare i problemi, a trovare soluzioni».

E quali sono i segnali di allarme?
«Se un ragazzo si isola, inizia a fare assenze a scuola, abbandona le sue attività e ha un comportamento regressivo, di chiusura, è bene cercare di capire quali sono le ragioni del suo comportamento. Finché, invece, un adolescente esce con gli amici, cerca di fare tardi, manifesta la sua vivacità, sta vivendo, e non è a rischio».

Che cosa può fare un genitore per prevenire queste situazioni?
«Deve curare la relazione con il figlio, dargli tutta l’attenzione di cui ha bisogno, dimostrargli che è pronto a proteggerlo. In breve, fargli sentire la sua presenza, anche se non invasiva. Chiaro, nessun adolescente è spronato a confidarsi se un genitore gli piomba in camera e gli chiede di raccontargli quali sono i suoi problemi. Io, ad esempio, cerco di creare opportunità di dialogo con i miei figli accompagnandoli in auto alla partita: un quarto d’ora in auto, da soli, è uno spazio protetto. Ma anche i professori devono avere il radar e rilevare subito i problemi».

Anche gli insegnanti possono fare la differenza?
«Sicuramente. Don Milani diceva che la scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde. Un’attenzione spasmodica a non perdere nessuno è necessaria. Soprattutto a non perderli in questo modo».

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